I primi 1000 giorni che ipotecano il futuro e l’importanza dell’alimentazione

Le prime epoche della vita (compresa quella prenatale) condizionano l’esistenza biologica dell’individuo. Malnutrizione o eccessi nella nutrizione, svantaggio socio-economico e precoci esposizioni avverse influenzano negativamente le capacità cognitive e la salute a medio e lungo termine oltre ad incrementano il rischio di scarsi risultati sociali.

Lo sviluppo del bambino (Early Child Development) è la risultante dell’interazione tra le caratteristiche biologiche individuali e l’ambiente in cui nasce, vive e cresce. Un ambiente positivo deve innanzitutto garantire un’alimentazione adeguata, implementare processi relazionali (nell’ambito e al di fuori del nucleo familiare), assicurare equità, opportunità e servizi socio-sanitari.

Il concetto dei primi 1.000 giorni di vita, finestra temporale che va dal concepimento al secondo anno di età, prende spunto dall’articolo pubblicato nel 2008 dalla prestigiosa rivista The Lancet sugli interventi da attuare in tema di malnutrizione materno infantile e di outcome nutrizionali (promozione dell’allattamento al seno, ottimizzazione dell’alimentazione complementare, supplementazione con micronutrienti essenziali, strategie di supporto nutrizionale).

La rapida espansione epidemiologica di malattie croniche non trasmissibili, quali patologie cardiovascolari (48%), neoplasie (21%), patologie respiratorie croniche (12%), diabete (3,5%), registrata in tutto il mondo e in particolare in paesi a economia post-industriale, ha polarizzato l’attenzione della Comunità scientifica sui fatidici “primi 1.000 giorni di vita”, interpretati quali “finestra di opportunità” per garantire precisi obiettivi (benessere, crescita, sviluppo, apprendimento, acquisizione delle competenze, produttività).

La nutrizione nelle prime fasi della vita ha un impatto determinante sulla salute negli anni a venire in quanto condiziona crescita, sviluppo cognitivo, maturazione del sistema immunitario, composizione del microbiota intestinale.

Il rischio di sviluppare malattie non è determinato solo da fattori genetici, ma dipende sensibilmente dall’ambiente e in particolare dalla nutrizione.

Secondo l’ipotesi postulata dal medico ed epidemiologo britannico David Barker (fetal programming hypothesis) oggi universalmente riconosciuta, la carenza di determinati nutrienti in epoche precoci della vita (sviluppo intrauterino, periodo neonatale e primi anni) svolgerebbe un ruolo cruciale nel “programmare” numerose funzioni di organi e apparati.

Rappresentando il principale cofattore ambientale nello sviluppo di patologie nell’età adulta (“the nourishment a baby receives from its mother, and its exposure to infection after birth, determine its susceptibility to chronic disease in later life”).

In altre parole, il regime nutrizionale in epoca perinatale e nei primi anni è in grado di ipotecare il futuro biologico dell’individuo.

L’esempio più classico ma poco conosciuto, è l’eccesso di apporto di proteine nei primi anni di vita.

L’ultima revisione dei LARN (2012) ha prestato particolare attenzione al problema riducendo i valori di assunzione raccomandata (PRI) delle proteine nell’alimentazione del lattante (1,32 g/kg/die) e del toddler (1 g/kg/die). L’autorevole posizione dei LARN, il cui acronimo non indica più

“raccomandazioni” ma livelli di assunzione di “riferimento”, dovrebbe indurre la revisione della percentuale compositiva proteica anche per i latti formula (alimenti per lattanti, alimenti di proseguimento).

Questo eccesso, caratteristico delle nostre società opulente, è una delle cause ambientali più importanti nel determinare l’obesità, con tutte le sue conseguenze negative sulla salute .

I primi 1.000 giorni sono una  finestra di opportunità per avviare strategie preventive nei confronti dell’obesità. Per decenni l’obesità infantile è stata affrontata limitandosi a interventi dietetici, realizzati prevalentemente in età scolare e adolescenziale. I risultati sconfortanti e una mole di evidenze scientifiche hanno successivamente suggerito la necessità di spostare l’attenzione su epoche più precoci della vita, adottando un nuovo e differente approccio concettuale e operativo al problema.

Nel corso dei primi 2 anni di vita il tasso di proteine assunte con gli alimenti, sia quantitativo che qualitativo, comporta ricadute a medio e lungo termine. L’eccesivo intake proteico nel lattante e nel bambino di prima infanzia (indicato nella Letteratura internazionale con il termine toddler) è stato imputato nella multifattoriale eziopatogenesi dell’obesità, che si manifesta in fasi successive della vita.

Con meccanismo adipogenico sequenziale l’elevato intake proteico (>15% delle kcal totali) incrementerebbe i livelli plasmatici e tissutali di aminoacidi insulinogeni, la produzione di insulina e insulin like growth factor-1 (IGF-1) e il numero di preadipociti (early protein hypothesis).

A differenza delle proteine, l’assunzione di grassi nei primi 2 anni di vita non sembra ipotecare sfavorevoli indici di adiposità.


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